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20:41

Bravi gli azzurri, Euro 2012 sia un punto di partenza

Una stanca e generosa Nazionale perde la finale dell'europeo contro la Spagna, ma il segnale lasciato al movimento calcistico italiano è chiaro.

Bravi gli azzurri, Euro 2012 sia un punto di partenza.

Non ce l’ha fatta l’Italia di Prandelli, sconfitta da stanchezza, infortuni e da una Spagna superiore sul campo. Per giocarsela, la Nazionale sarebbe dovuta arrivare alla finale al massimo della condizione: impossibile tener testa alla rappresentativa spagnola, attualmente la più forte al mondo, con una squadra senza più energie. Ci hanno provato lo stesso, prendendone quattro e subendo nell’ultima mezz’ora un’immeritata corrida. Infilzati più volte dai toreador di Del Bosque, ai ragazzi di Prandelli non sono rimaste che le lacrime. Il calcio è questo, niente da eccepire. Restano le medagliette ricordo, due belle vittorie contro Inghilterra e Germania e pochi rimpianti. Gli azzurri hanno dato tutto, non si sono risparmiati. Volevano vincere, avevano voglia di farcela. Resterà l’immagine del povero Balzaretti, invalidato da stanchezza e dolori muscolari, ancora in piedi al novantesimo a rincorrere l’ala destra spagnola di turno. In merito a questa disgraziata finale, non ci sono troppe valutazioni tecniche da fare: è stata una partita giocata su un piano dispari, con una contendente che non ne aveva più. Ciò non toglie merito alla Spagna, hanno speso meno nelle partite precedenti perché sono più forti degli azzurri. Prandelli, probabilmente, lo sapeva ma ha deciso di puntare ugualmente sui ragazzi che tante soddisfazioni gli avevano dato nelle partite precedenti. In verità, si è trattato di compiere scelte abbastanza obbligate per quanto riguarda i dieci-undicesimi: l’unico dubbio poteva essere tra Chiellini e Balzaretti.

Il tecnico ha scelto lo juventino, che dopo appena venti minuti è uscito di scena. Già al momento del goal di Silva, Chiellini ha palesato tutti i suoi limiti fisici: poteva riuscire a toccare quel pallone in angolo, chiudendo Fabregas, non ce l’ha fatta perché lo spagnolo, ieri sera, stava meglio di lui. Dopo poco è entrato Balzaretti, e non è cambiato molto. Chiellini era stato scelto, probabilmente, perché poteva garantire una maggiore copertura della zona mancina, nella speranza di contrastare la mobilità del tridente iberico. Non fosse entrato quel primo goal, forse, l’Italia avrebbe potuto tenere meglio il campo e cercare di giocarsela in contropiede. Non è andata così, a fine primo tempo è arrivato anche il 2-0 del velocissimo (e bravissimo) Jordi Alba.

Andrea Pirlo

Prandelli ha cercato i correttivi giusti, inserendo Di Natale per Cassano e Thiago Motta per Montolivo. Ecco, l’ultima sostituzione è stata quella che è piaciuta meno. Forse, sotto di due goal, sarebbe stato meglio inserire Diamanti o Giovinco, aldilà dell’infortunio dell’oriundo che ha lasciato la squadra in dieci. Ma il tecnico bresciano è stato coerente, portando avanti la sua idea di gioco fino alla fine: con Motta in campo, voleva mantenere una certa consistenza a centrocampo, dove gli spagnoli hanno dominato. E la squadra l’ha seguito. Fino al novantesimo, Pirlo e campagni hanno cercato di iniziare l’azione dalla propria metà campo, cercando lo scambio, portando avanti il modo di giocare che ha caratterizzato l’europeo azzurro. Solo al momento dell’inevitabile crollo psicologico, si è iniziato a lanciare. Sono arrivate altre due scoppole, ma gli azzurri escono comunque a testa alta, con la maglia sudata. Potevano esserne cinque se Sergio Ramos alla fine non avesse deciso di colpire di tacco dinanzi a Buffon, per poi prendersela a ridere: tutti sono bravi a fare accademia in una situazione di campo simile, non solo il sorridente e impomatato giovanotto andaluso. Finisce male per gli azzurri. Erano inferiori sulla carta a tante squadre, hanno supplito con un grande dispendio fisico, pagato in finale. Probabilmente, era l’unico modo per arrivare a Kiev. Non sono stati sfortunati, perché tale atteggiamento è stato frutto di una scelta. Hanno pianto, alla fine: ci avevano creduto anche loro. Ce l’hanno messa tutta e meritano un plauso: un piccolo regalo all’Italia l’hanno fatto, conquistando la partecipazione alla Confederation Cup del prossimo anno.

Se ne tornano a casa, ma hanno gettato un seme. Adesso, sta ad altri farlo germogliare: allenatori e dirigenti sportivi. Bisogna puntare sui calciatori italiani, farli giocare. Troppo spesso, negli ultimi anni, si è puntato su calciatori stranieri, di livello medio (se non mediocre), lasciando al palo ai nostri giovani. La Nazionale Under 21 ne è il simbolo: gli azzurrini hanno già il pass in tasca per i prossimi europei di categoria, ma giocano (quando tutto va bene) prevalentemente in Serie B, o addirittura nel campionato Primavera. E’ il momento di cambiare registro e rifuggire dalla concezione che i “giovani” hanno 24-25 anni. I calciatori più promettenti vanno lanciati, fatti giocare, devono essere migliorati tecnicamente. Nei settori giovanili, negli ultimi tempi, si vedono troppo spesso corazzieri di diciassette anni, potenti fisicamente ma ancora tecnicamente grezzi: migliorare i loro fondamentali, prima della loro struttura fisica. Si torni a sfornare stopper, ali, mediani e fantasisti di scuola italiana, con le caratteristiche storiche che hanno contraddistinto i nostri calciatori negli anni. Altrimenti, staremo sempre ad applaudire gli altri, riempiendo le nostre bocche con parole come “cantera”, prima di offrire un triennale a quattro milioni netti al primo straniero trentenne di turno, esautorato da Liga, Premier o Bundesliga.

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