Giorgio Napolitano ha scritto e inviato una lettera di suo pugno per ringraziarlo, ha omaggiato i suoi studi e il suo impegno contro l’inquinamento in Campania. Antonio Giordano, allievo del premio Watson, direttore dello Sbarro Institute for Cancer Research and Molecular Medicine di Philadelphia, presidente del Comitato Scientifico della Human Health Foundation Onlus, e professore di Anatomia e Istologia Patologica presso il Dipartimento di Medicina, Chirurgia e Neuroscienze, presso il Laboratorio di Tecnologie Biomediche ed Oncologia Sperimentale dell'Università di Siena, fino a due anni veniva accusato di allarmismo. Oggi è lo scienziato che ha rivelato ai cittadini campani la verità scientifica del disastro ambientale e della sua ricaduta sui rischi per la salute. Ecco le sue risposte alle nostre domande e, come sempre, non le manda a dire.

Il presidente della Repubblica le ha inviato una lettera per ringraziarla. La prima carica dello Stato legittima i suoi studi.  Qual è il passaggio della missiva che più le ha colpito?

Senza dubbio posso ritenermi soddisfatto che il Presidente della Repubblica, con la sua lettera, abbia voluto sottolineare il valore del rigore scientifico delle mie ricerche e, prima ancora di quelle di mio padre, ma abbia voluto evidenziare, soprattutto, la loro indipendenza ed integrità  che si traduce, in una ricerca priva di condizionamenti, trasparente e vera. Mi sembra importante anche l'aspetto del rigore scientifico perché è fondamentale che le ricerche in generale, ma anche in ambito ambientale, vengano effettuate da ricercatori con una solida base scientifica e, dunque, con una forte credibilità.

Nel 2011 lei parlò del Dna "bucato" e solo un anno dopo ha pubblicato la ricerca che dimostra il Biocidio in Campania. Le dicevano di essere "allarmista" e adesso è la voce più autorevole sul rapporto salute-ambiente. I suoi studi sulla Campania continueranno? Ci sono nuovi dati?

Posso dire di essere stato scoraggiato dai colleghi ad interessarmi dal punto di vista scientifico della questione ambientale e, senza polemica, confermo di essere stato definito dagli stessi, in più di un’occasione come un allarmista. Tuttavia, non ho mai avuto dubbi sul da farsi soprattutto per il fatto che le suddette critiche provenivano da persone senza scrupoli che ponevano il pubblico a servizio del privato. In ogni caso è mia ferma intenzione proseguire gli studi ambientali in Campania, ma anche in altre regioni d'Italia. In particolare, in questi ultimi mesi sto focalizzando la mia attenzione sui meccanismi che determinano la trasformazione di cellula sana della prostata in una cellula tumorale a seguito di insulti ambientali da sostanze tossiche come la diossina. Più in generale, il mio gruppo di ricerca sta cercando di individuare diagnosi e cure relativamente alla patologie determinate da un ambiente "maltrattato".

Torniamo al Biocidio. In queste settimane è stato ad Avellino con Francesco Maranta per la vicenda Isochimica. Qual è la situazione in quel territorio?

Ovviamente, il tema dell'amianto è particolarmente delicato in questa zona per le sue conseguenze che si manifestano anche a distanza di 20/25 anni con il mesotelioma, un tumore dalla prognosi ancora infausta ma anche, come attestano recenti studi scientifici, con il tumore all'ovaio. Credo, comunque, che il fenomeno "terra dei fuochi" abbia coinvolto anche l'Irpinia, ma di tanto solo il tempo potrà darcene conferma o smentita.

Terra dei fuochi o dei veleni. Il decreto dello scorso dicembre non ha cambiato nulla, una discutibile mappatura dei terreni contaminati e i dati del Pascale sui tumori hanno riportato tensioni. Il 16 maggio i cittadini torneranno in piazza sei mesi dopo #fiumeinpiena. Quale sarebbe il primo semplice provvedimento da prendere?

Il dossier sui: "Risultati delle indagini tecniche per la mappatura dei terreni destinati all'agricoltura della Regione Campania", sembra minimizzare l’emergenza campana connessa allo sversamento di rifiuti tossici. Nel dossier si evidenzia che ad essere contaminata dai veleni è solo il 2% degli oltre 1000 chilometri quadrati mappati, con la conseguenza che da subito dovrebbe essere imposto il divieto di vendere i prodotti provenienti da queste zone ad alto rischio.  Leggo questo dato e rabbrividisco perché, purtroppo, credo si tratti solo della punta dell’iceberg e che, ancora, si taccia la gran parte della verità. Rabbrividisco così come accade ogni volta che assisto al continuo rimpallo delle responsabilità. Politici, tecnici, uomini e donne che occupano posti di potere e che, ancora prima di rispondere alla domande dei giornalisti fanno continuamente presente di aver ricevuto un mandato solo da pochi mesi, da pochi giorni o, comunque, sempre da un tempo infinitesimo per agire. Sono tutti eredi di un disastro. Eppure in quelle terre si continua ancora a sversare indisturbati, ad avvelenare le colture, ad ammorbare l’aria, ad ammalarsi, a morire. Concordo con l’onesta analisi di Roberto Saviano che, giustamente, si chiede dove siano finiti i dieci milioni di rifiuti di ogni tipo, illegalmente smaltiti nella Terra dei fuochi. La verità è che ancora non si ammette il disastro nelle sue reali dimensioni. Ancora si nega, ammettendo solo quello che è talmente evidente da non poter essere ulteriormente negato.

Cosa fare?

I primi interventi richiederebbero: una mappa geografica dei ritrovamenti dei rifiuti tossici in modo da individuare i territori contaminati, le falde acquifere e le coltivazioni compromesse;  una volta individuati i territori inquinati si dovrebbero individuare le popolazioni da sottoporre a campagne di screening.  “Incrociando” i dati relativi alla sostanze tossiche ritrovate nei territori campani con i dati scientifici  in possesso dei medici di base e/o con quelli dei registri di invalidità civile a seguito di patologie neoplastiche e/o con le Sdo, si potrebbero individuare le patologie locali. In sostanza, alla presenza di particolari sostanze tossiche potrebbe corrispondere un incremento di determinate patologie e si potrebbero realizzare dei mini registri di patologie locali. Bisognerebbe sottoporre le popolazioni dei siti inquinati ad una serie di screening tesi a rintracciare le sostanze inquinanti (es. con esami ematici, esami delle urine, esame del capello, esame dell’espettorato). Necessità di sottoporre le popolazioni delle zone compromesse dai rifiuti tossici ad esami tesi ad individuare preventivamente una patologia tumorale attraverso il ricorso ad esami medici come mammografie, ecografie al seno, ecografia dell’addome, ecografia del torace o TC spinale. Diagnosticare tempestivamente (diagnosi precoce) le patologie conseguenti all’inquinamento da sostanze tossiche può essere determinante nell’avviare, con tempestività, le terapie ad hoc”.

Partito dalla Campania, ormai Stop Biocidio è diventato un movimento nazionale, da Roma a Brescia a Taranto. Rifiuti industriali, speciali, discariche, inceneritori e roghi: cosa rischiano le generazioni future?  Cosa sente di dire al nostro Paese?

 Stop Biocidio è un modello fonte di ispirazione anche per movimenti e associazioni esteri forse perché è riuscito a coniugare la ricerca scientifica con l'associazionismo e a mettere alla corde un sistema fatto di corruzione. Per quanto riguarda, invece, le generazioni future è certo che esse dovranno convivere con i danni derivanti dall'industrializzazione da un lato e che dovranno ripulire un mondo che gli è stato consegnato avvelenato. Al mio Paese voglio dire di avere più fiducia in se stesso , di guardarsi con la benevolenza e la simpatia che nutrono verso di noi gli stranieri , ma di lavorare con onestà. La nostra è una storia antica e ricca che ci vede protagonisti da 2000 anni. Dobbiamo continuare a crederci.