In Italia amiamo parlare senza conoscere. Quando c'è un tema al centro delle cronache tutti sono pronti a ergersi a maestri della materia. Quello di cui si parla in queste settimane più spesso è la questione migranti e il relativo sistema di accoglienza. Le cronache degli ultimi tempi ci hanno fatto vedere come da nord a sud ci siano state speculazioni, irregolarità e talvolta anche poca umanità. Al netto delle cronache e delle indagini giudiziarie, sulle quali interverrà e deciderà la magistratura, oggi in Italia il sistema di accoglienza sembra fare acqua da tutte le parti, ma sarebbe giusto fare un po' di chiarezza.

CHI ACCOGLIAMO – Innanzitutto chi si vuole accogliere non sono “clandestini”, ma uomini e donne che chiedono il loro sacrosanto diritto all'asilo politico, che scappano da guerre, carestie, religione, cause e fatti che saranno le commissioni competenti ad accertare. In Italia l'iter burocratico dei migranti diventa però uno strazio. Basti pensare che ogni migrante ha una storia a sé che deve essere raccontata a colloquio individuale alla competente commissione, la quale poi giudicherà la possibilità di offrire lo status di rifugiato politico o meno. A questo punto il sistema dell'accoglienza finisce ed "ognuno per la sua strada". Il primo problema è che in Italia le “Commissioni nazionali per il diritto all'asilo politico” che devono valutare tutti i centinaia di migliaia di migranti che ci sono nel nostro paese sono solo venti! Venti commissioni che, stando ai numeri del 2014, dovrebbero valutare la condizione personale di 170.000 migranti. 8.500 migranti per ogni commissione per circa diecimila ore di colloqui (che vanno dai 15 minuti alle 2 ore). Se oggi i migranti si dovessero fermare a 170.000 non basterebbero tre anni di lavoro intenso delle commissioni. Ma questo potremmo definirlo solo “l'ultimo”, in ordine temporale dei problemi.

LE STRUTTURE CHE NON CI SONO – L'ulteriore problema, che dovrebbe far riflettere chi parla tanto di accoglienza ma non ha mai letto un bando, non conosce la normativa e non ha mai fatto un sorriso ad un immigrato, è l'enorme, gigantesca difficoltà nel reperire strutture. Spesso vengono “privilegiate” le abitazioni che si trovano distanti dal centro, proprio perché il razzismo in questo paese è dilagante e nessuno vorrebbe mai fare un investimento per poi ritrovarsi con la protesta di quelli che “non siamo razzisti, ma i negri non li vogliamo”. Punto secondo è la lentezza burocratica degli enti locali nel rilasciare un certificato di agibilità ed abitabilità (richiesto in tutti i bandi). Spesso capita che, nell'attesa di avere il certificato del Comune ci si possa avvalere, in sede di gare, di una perizia asseverata, fatta da un tecnico iscritto all'albo che certifica agibilità ed abitabilità dello stabile. È paradossale ma in Italia questa perizia potrebbe essere stravolta (senza nessuna conseguenza per il professionista) da Comune ed ASL, che potrebbero anche non ritenere “agibile ed abitabile” il luogo scelto dall'organizzazione (che, notare bene: risulta già aggiudicataria della gara in quanto ha fatto fede la perizia asseverata del tecnico).

GARE DESERTE, CRITERI RESTRITTIVI – Ma quello che, a parere di chi scrive, è il primo dei grandi problemi da risolvere è la ristrettezza dei partecipanti alle gare per i servizi di accoglienza rivolte ai richiedenti asilo. È agevole dedurlo dalle numerose gare indette dalle tante prefetture e sistematicamente andate deserte. Ricordiamo che un centro di accoglienza non si discosta molto da quelli che sono case famiglia per bambini orfani, case di cura per tossicodipendenti e case per donne madri, il principio è lo stesso, ma giusto per avere un'idea delle opportunità di lavoro che può creare il sistema di accoglienza ecco qualche numero: in un centro di accoglienza per 80 migranti sono impegnati ben 12 figure professionali, escludendo, con ordine: i fornitori di vestiario, cibo, letti, kit igiene, effetti letterecci, armadietti e ancora: il trasporto, il fitto ai proprietari degli stabili). Chi può, quindi, partecipare ad una gara del genere (che, è bene ricordarlo, creerebbe anche tante occasioni di lavoro in Italia)? Ad oggi la maggior parte delle prefetture richiede che “l'aver già prestato servizi in ambito SPRAR o in progetti di accoglienza similari destinati ai richiedenti protezione internazionale o nella gestione dell’Emergenza nord Africa”. Secondo questo criterio tutte le nuove cooperative, associazioni e imprese sociali non possono partecipare ai bandi, eccetto che non si avvalgano sempre delle competenze di un'organizzazione “esperta”. Ma quale operatore economico avrebbe mai l'interesse di ampliare la concorrenza? Nella migliore delle ipotesi, invece, nei requisiti di partecipazione viene data la possibilità anche a chi, detto maccheronicamente, gestisce case famiglia o case di cura. A trovarlo un imprenditore che decide di cambiare il suo lavoro e passare da una tranquilla casa di cura per anziani ad un centro di accoglienza per richiedenti asilo politico che porta, in ordine: differenze culturali, alto rischio di malattie contagiose, differenze culturali, gestione di tutta l'iter burocratico (iscrizione al SSN, richiesta CF, richiesta documenti, trasferimenti urgenti chiesti dalle prefetture) e tanto, ma tanto altro ancora.

LE SOLUZIONI POSSIBILI – I disonesti vanno puniti anche ampliando le possibilità e creando concorrenza.

1) Un sistema composto da membri dell'UE che aiuti nell'identificazione dei migranti appena sbarcati (quasi la totalità degli eritrei non vuole farsi fotosegnalare);

2) Più commissioni e più veloci per valutare lo status di rifugiato politico; ù

3) Modificare i bandi da gara ed aprire la concorrenza anche a chi non ha esperienza come soggetto giuridico ma ha personale e competenza;

4) Mettere a disposizione le strutture pubbliche abbandonate per accogliere migranti sono dei punti necessari per riformare l'accoglienza di cui tanti si stanno solo riempendo la bocca senza individuare né problemi né soluzioni.

Ovviamente tutto questo deve rigorosamente essere accompagnato da controlli ferrei e periodici da parte degli organi competenti. Altrimenti è tutto inutile.