Sono un discreto viaggiatore e un viaggiatore discreto. Discreto viaggiatore nel senso che, in ventitré anni, ho avuto la fortuna di metter piede fuori dall’Italia una volta all’anno, in media. Italia che, con tutti i suoi difetti, resterà sempre la più bella. Soprattutto quando mi accoglie col sole, scendendo dalla scaletta dell’aereo, costringendomi ad indossare i miei occhiali da sole in una scena che al solo pensiero sento la musica dell’intro della 20th Century Fox. La prima volta all’estero ero nella pancia di mia madre. L’ultima cinque giorni fa. Appena posso, prendo un aereo e vado. Vado dove mi portano le compagnie low cost, lo ammetto, ma ci sono posti che valgono molto più di quanto si paghi per il volo.

Per quanto riguarda il concetto di viaggiatore discreto, la spiegazione si fa più complessa. Si tratta di una vera e propria filosofia, la stessa che mi impedisce di definirmi turista, ma viaggiatore, perché se dico turista mi vengono in mente le mandrie di gente dietro una guida con un bastone in mano. Ed è la morte dell’essenza del viaggio. La morte dell’avventura, della scoperta. È il filtro tra noi e ciò che vediamo, la canalizzazione della visione in un’unica direzione, senza lasciar modo ai nostri sensi di adattarsi ad essa come più lo ritengano opportuno. Poi, per carità, la guida turistica, quella brava, quella appassionata, quella che ha il piacere di fare il proprio lavoro poiché esso coincide con la sua passione, ti regala quel quid pluris che da solo magari non coglieresti. Ma, ecco, non basta una guida per apprezzare. Sono un viaggiatore discreto perché cerco di immedesimarmi con la popolazione locale, perché appena posso parlo la loro lingua, perché cerco di nascondere il mio essere straniero. Tutto per non concedere all’individuo locale la soddisfazione di dire “guarda questi turisti, vengono qua in visita, quando io ci vivo ed ho a disposizione tutto questo, quando lo voglio”. Lo stesso ragionamento che faccio io, a parti inverse, perdendomi nell’orgoglio e nella vanità, quando vedo la miriade di forestieri seduti sulla Scalinata di Trinità De’ Monti.

Fatta questa premessa, ho scoperto in questi anni alcuni atteggiamenti del turista (ma anche del viaggiatore) che veramente non comprendo. Molti sono legati all’indifferenza, all’ignoranza e alla diffidenza della tecnologia. E nel mio mondo digitalizzato, la non comprensione diventa intolleranza tanto più gli autori di tali atteggiamenti sono giovani. È per questo che ho deciso di stilare questa lista. Di solito, questi elenchi sono formati da cinque, sette o dieci categorie. Io sono riuscito a individuarne solo otto, che è un numero insignificante, ma non ne trovavo altri. Teoricamente, è una cosa per ridere. Praticamente, spero non sia soltanto per ridere.

1) Biglietti cartacei. Considerando soltanto l’aspetto ecologico, pensate a quanti biglietti per trasporto aereo e ferroviario vengono stampati ogni giorno. Milioni, probabilmente, se calcoliamo che ogni giorno si alza in volo una cifra di aerei che raggiunge quasi le centomila unità. Moltiplicato per il numero di passeggeri, e aggiungendo i pendolari, si arriva ad una quantità abnorme di carta stampata che potrebbe essere agilmente risparmiata. Non tutta, certo, ma un bel 50% di questi biglietti saranno in possesso di persone perfettamente in grado di screenshottare un QR code e trasportarlo comodamente nel proprio cellulare. Comodamente, appunto. Perché girare con un foglio A4 piegato in quattro in tasca, oltre ai soliti addobbi che ci ritroviamo addosso quando dobbiamo partire? La risposta di molti è sbalorditiva: se perdo il telefono? Se mi si spegne? Se si rompe? Probabilmente è più facile perdere un foglio di carta svolazzante che un telefono, così come è tanto facile inviare copia del biglietto a chi viaggia con voi, in caso di batteria scarica o rottura. Addirittura, per i viaggi in treno, basta ricordarsi a memoria tre caratteri, o scriverseli sul palmo della mano. Non serve nemmeno avere il biglietto sul cellulare. Eppure, anche qui, c’è chi ancora decide di sprecare carta e inchiostro. Infine, volete mettere la comodità di arrivare in stazione tre minuti prima della partenza e salire sul vagone senza alcun ulteriore pensiero? La verità, forse, è che ancora c’è chi ha paura di fare acquisti online. Perché “ti clonano la carta”.

2) Uso delle carte di pagamento. Va di seguito, appunto, la paura nell’uso delle carte, di credito o debito. Non tanto per paura di furto di dati, paura che si ripresenta regolarmente anche in Italia, che sia su Ebay o al casello autostradale, ma piuttosto per un (parzialmente) ingiustificato terrore delle commissioni all’estero. La verità è che c’è molta confusione in materia. Premesso che nell’Eurozona i pagamenti con carta non comportano commissioni e i prelievi con bancomat comportano un costo simile a quello sostenuto in Italia prelevando presso banche differenti dalla propria, la situazione non appare così tragica. Nei paesi extra Euro, invece, le commissioni sono maggiori, ma con un po’ di accortezza non ci ritroveremo al verde. Soprattutto, non bisogna trascurare che anche cambiare gli Euro in valuta locale, all’estero, comporti delle commissioni.

3) Roaming criminale. Anche questo tema si inserisce in quel buco nero che si apre quando andiamo all’estero e risucchia, tra commissioni e spese non ben definite, i nostri soldi. Vi ricordate quando vostra nonna, in pieno Agosto, vedendovi uscire la sera in maglietta, vi diceva “copriti che fa freddo”. La mia lo fa ancora, in realtà. Si tratta di un’attenzione tipica delle persone che tengono a noi e al nostro benessere, anche se talvolta può risultare eccessiva. Ecco, ora una delle raccomandazioni più ricorrenti prima di recarsi all’estero (non da parte di mia nonna, ovviamente) è quella di disattivare il roaming, sennò ti ritrovi senza soldi. Forse quindici anni fa poteva essere così, quando la connessione dati sul cellulare era qualcosa di fantascientifico e, peraltro, la navigazione su telefoni con sistemi operativi Symbian, o simili, risultava qualcosa di estremamente snervante. Ma ora, no. Ora basta. Lasciamo libero, chi lo desidera, di utilizzare la connessione internet anche all’estero. Io VOGLIO andare in roaming non appena metto piede a terra, con la consapevolezza di quanto sto spendendo per farlo. Voglio rispondere ai messaggi che mi arrivano, voglio mandare le foto a casa, sapere la strada più breve per arrivare al ristorante che ho scelto scorrendo la classifica di TripAdvisor, tradurre le parole che non conosco e guardare l’orario di partenza dei treni. E voglio fare tutto ciò quando lo desidero, senza esser vincolato alla disponibilità di un McDonald’s o di uno Starbucks con rete wifi gratuita. Posti che comunque non mi vergogno di frequentare per un pranzo rapido. Non credo che, in un viaggio di tre giorni, siano i dodici euro che spendo per il pacchetto dati/chiamate/sms a fare la differenza. Molti meno di quelli che avrei rischiato di spendere entrando, inconsapevolmente, in un ristorante troppo costoso o prendendo un taxi senza sapere di essere a sole due fermate di autobus dalla mia destinazione.

4) Ristoranti “italiani”. Non metterò mai in discussione il primato della cucina italiana, con le sue infinite sfumature di gusto e colore. Solo una delle tante arti di cui siamo maestri. Ma è proprio questo essere costantemente a contatto con tale arte nella sua forma più diretta che dovrebbe renderci intransigenti verso le forme di cucina italiana propinateci all’estero. Che si tratti di esercizi a gestione straniera o italiana, cambia poco. Nel primo caso, spesso, ci si ritrova dinanzi ad abomini gastronomici; nel secondo, benché la tradizione italiana sia rispettata, è difficile che il livello dei piatti sia all’altezza delle aspettative. Per accontentare uno straniero, basta poco. Per accontentare noi, che la cucina italiana la viviamo ogni giorno, a casa, come la cosa più normale del mondo, serve ben altro.

Tuttavia, non è tanto la scarsa soddisfazione che possiamo trovare nel mangiare italiano all’estero a doverci dissuadere da questo tipo di esperienza. È piuttosto l’esistenza di una cucina tipica anche all’estero. A volte, più che di cucina, possiamo parlare di qualche piatto tipico, ma comunque qualcosa c’è. In Francia, in Spagna, ma soprattutto nei paesi dell’Est Europa. Non arriverà ai nostri livelli, ma non è affatto male. La sperimentazione gastronomica della cucina locale completa il nostro viaggio. Senza di essa, è un viaggio vissuto a metà.

5) Tour del duty free. Abbiamo l’aereo alle 11, il check-in è stato già fatto online e la carta d’imbarco è pronta. Sul telefono, spero. Il nostro trolley dimensione “cabin” ci segue rumorosamente sul marciapiede, mentre entriamo in macchina, metro, treno, autobus o taxi per recarci in aeroporto. E ci seguirà anche in aereo, tanto non dobbiamo imbarcarlo. Tempo previsto per arrivare al terminal: trenta minuti. Tutto sembra perfetto, ma guardiamo l’orologio e segna le otto. Stiamo rischiando di arrivare a destinazione ben due ore e mezza prima del volo. Colpa dei nostri compagni di viaggio (che solitamente hanno anche le carte d’imbarco cartacee), della loro ansia e della loro nostalgia dei tempi in cui era necessario effettuare il check-in in aeroporto. Oramai, presentarsi ai controlli sessanta o settanta minuti prima del volo è più che sufficiente. E invece no, ecco che ti ritrovi a dover smaltire un paio d’ore di anticipo tra i negozi del duty free, altro luogo leggendario in cui possiamo trovare prodotti magici, quali il Toblerone e il pacco XXL di Kinder Schoko-Bons, nonché la stecca da un metro di Kinder Cioccolato (che poi la apri ed è una fregatura) o il Lindor enorme. Ma tra tutti, mi vorrei soffermare sul Toblerone. Mentre faccio lo slalom tra gli scaffali dell’Aelia Duty Free, cercando di non urtare le colonne di profumi, eccolo apparire nella sua inconfondibile confezione a forma di prisma triangolare color oro (ocra, dai…) e nelle sue varie dimensioni. Ma non è che lo si trova solo in uno scaffale. Il Toblerone si ripropone in mezzo negozio, cambiando anche colore. Ed è magico. È un metacibo. Va oltre il cibo, è un indicatore di momento storico, perché lo trovi solo in aeroporto o in autogrill, cioè mentre stai viaggiando. E quindi, quando mi viene in mente il Toblerone, mi viene in mente il viaggiare.

6) Mangiatori molesti. Abbiamo finalmente smaltito le due ore di attesa in aeroporto e siamo saliti in aereo. C’è chi, però, essendo arrivato troppo a ridosso dell’orario di partenza, non ha avuto modo di fare colazione in uno dei bar del terminal (solitamente il nome è qualcosa di simile a Bottega del Gusto), quindi ha ripiegato su un cibo comodo da mangiare in aereo. Se vi dice bene, si tratta di un modesto ed innocuo pacchetto di Tuc. Se vi dice male, le possibilità sono infinite, dove l’apice del (dis)gusto viene raggiunta con due diversi, terrificanti, prodotti, la cui immissione in luogo chiuso e ristretto quale la cabina del velivolo dovrebbe essere bandita. Il primo, in ordine cronologico di ingresso nella mia vita, è il tubo di Pringles gusto sour cream & onion. Può passare la cipolla, e già ho detto tanto. Ma la sour cream no. Ebbi il mio primo incontro con questa delicata variante di Pringles durante una gita scolastica, in pullman, quando scoppiò un’improvvisa epidemia di questa roba tra le ultime file del mezzo. Altro luogo stretto e chiuso. Da allora, capto l’aroma di sour cream a decine di metri di distanza. Il secondo alimento nel quale potreste malauguratamente imbattervi è il Saikebon. Non mi espongo più di tanto, se c’è chi lo mangia significa che a qualcuno piace. Ma di certo, non è l’alimento migliore con cui saziarsi in aereo, alla ravvicinata presenza di altre persone.

7) Lost in the weekendSopravvissuti anche alla sour cream, presa la nostra metro per raggiungere la città dove abbiamo deciso di passare il nostro fine settimana e scesi alla stazione, ecco che spunta l’appassionato di rally. Quello che mentre tu giocavi a Fifa, Pes, Call of Duty o al massimo Gran Turismo o Need for Speed, si cimentava nelle derapate di Colin McRae o WRC sulla Citroën di Sébastian Loeb. Spunta lui e tira fuori una cartina cartacea. Ricordo le ultime volte in cui in vita mia ho usato uno stradario. Andavo ancora alle elementari. Giocavo a calcio e la domenica mamma mi accompagnava alla partita, sempre dalla parte opposta di Roma. L’opzione “persi sul tragitto” era quotata 1.01, tra sensi unici e vie improbabili. Lost in the weekend, esattamente. Bene, quel tempo è finito. Con circa trenta Megabyte di download, ho salvato da Google Maps la mappa della Costa Azzurra da Montecarlo ad Antibes. E funziona offline, perché il GPS è svincolato dalla connessione dati e la mappa è salvata sul telefono. Con tutti i ristoranti, le attività, i luoghi di interesse. Quindi, se proprio volete continuare ad utilizzare il wifi di Starbucks, senza andare in roaming, almeno è possibile evitare di rigirarsi una cartina stradale tra le mani, fermi ad un incrocio mentre si cerca il nome delle vie attorno a noi. Mai più lost in the weekend.

8) Il turista con la t minuscola. Lo riconosci ad un chilometro di distanza. Ha una guida turistica in una mano e deve avere qualche accrocco per portarsi al seguito la macchinetta fotografica (che non sarà una reflex). A tal proposito, vestirà un marsupio Puma (con tutto il rispetto per la Puma, marchio che rappresenta un’infanzia indimenticabile e ancora oggi in grado di mettermi in seria crisi davanti ad uno scaffale di Suede), oppure una tracolla in nylon. Forse, più semplicemente, la custodia della macchinetta appendibile alla cinta dei pantaloni. Si ferma in ogni chiesa, di cui apprezza i dettagli di caratura inferiore a quelli della chiesa di quartiere che ha sotto casa. E scatta foto. Scatta foto a tutto ciò che rientri nel suo campo visivo (lampioncini, banali campanili o il grande classico, ossia le spezie colorate al mercato). Se accompagnato da persona disponibile, la costringe a mettersi in pose forzate per scattare le sue foto. Alla fine del viaggio, ha un numero di foto pari a N x 100, dove N è il numero di giorni di vacanza. Ci si chiede ancora cosa se ne faccia una volta rimpatriato. Generalmente, appartiene a quella schiera di innovativi che fingono di sorreggere la torre di Pisa.