Un colpo di fucile, un ak-47 regalatogli da Fidel Castro, sotto il mento. Così pose fine alla sua vita Salvador Allende l'11 settembre 1973. Chiuso in una sala del palazzo presidenziale, la Moneda, quasi raso al suolo dai bombardamenti, preferì il suicidio all'umiliazione di finire prigioniero del traditore Pinochet.

Più che perdersi in una sterile commemorazione del personaggio e di ciò che significarono i tre anni di governo di Unidad Popular per le speranze di riscatto del Cile, è interessante analizzare oggi, a quasi 40 anni di distanza, come quel drammatico evento abbia aperto la strada in America Latina a nuove esperienze di governo, in aperto contrasto con il modello economico dominante.

Mar del Plata e la fine della dottrina Monroe

Momento cruciale sulla strada dell'affrancamento dall'egemonia statunitense è il IV Vertice delle Americhe, celebrato a Mar del Plata, città argentina della provincia di Buenos Aires, il 4 e 5 novembre 2005. I capi dei 34 stati del continente americano (tutti tranne Cuba) si riunivano per dare via libera all'Alca, l'Area di libero commercio delle Americhe, una sorta di mercato unico continentale, che avrebbe di fatto sancito il totale controllo dell'economia statunitense sull'intero territorio americano. Avrebbe dovuto essere l'atto conclusivo di un percorso iniziato alla fine dell'800, quando il progetto naufragò per l'opposizione del delegato argentino Roque Sáenz Peña. Le cose però non andarono come aveva immaginato l'allora presidente degli Stati Uniti George W. Bush, il no dei paesi del Mercosur (Mercato comune del sud), capeggiati da Brasile e Venezuela, fu netto e deciso. Il 4 novembre decine di migliaia di persone, provenienti da ogni parte dell'America latina, marciarono per il centro di Mar del Plata per manifestare il loro dissenso all'Alca. Si riunirono allo stadio Mondiale, dove il presidente venezuelano Hugo Chávez iniziò il discorso con queste parole: "Siamo venuti con una pala, perché a Mar del Plata c'è la tomba dell'Alca". Mai la dottrina Monroe "l'America agli americani" era stata messa in discussione in maniera tanto eclatante e questa volta non si trattava della flebile opposizione di un solo paese, messa a tacere in passato con embarghi o colpi di stato. Era il grido di intere nazioni non disposte più a piegarsi.

L'inversione di rotta di fine anni 90: Venezuela, Brasile, Bolivia e Argentina

Il tramonto dell'idea di un continente sotto il diretto controllo di un'unica, per quanto potente, nazione è la diretta conseguenza dei radicali cambiamenti politici intercorsi in America latina a partire dalla fine degli anni 90. In rapida successione e attraverso libere elezioni alcuni tra i principali stati sudamericani scelsero di chiudere le porte al passato e cambiare rotta, iniziando un processo di rottura con il modello neoliberista (per non dire coloniale) e intraprendendo un cammino, sebbene ancora agli inizi, di giustizia sociale e crescita sostenibile. Nel 1998 fu eletto presidente in Venezuela Hugo Rafael Chávez Frías, riconfermato alla guida del paese nel 2000 e nel 2006, con un programma incentrato sulla lotta all'analfabetismo e alla povertà, che desse finalmente volto e voce a quelle centinaia di migliaia di persone considerate invisibili (interi barrios cancellati addirittura dalle carte geografiche, perché fornivano un'immagine "sgradevole" del Venezuela). Quattro anni dopo, nel 2002, fu la volta dell'ex operaio metalmeccanico Luiz Inácio da Silva, soprannominato Lula, eletto alla guida del Brasile. Più recente, del 2006, la sorprendente elezione di Evo Morales in Boliva, primo presidente indigeno alla guida dello stato.

Le posizioni antimperialiste di Chávez e Morales sono ben note ma, seppure con toni meno rivoluzionari, anche l'esperienza argentina si inserisce nel quadro della lotta a un sistema economico che, nel 2001, la condusse al drammatico default. Sotto la guida dei coniugi Néstor Carlos e Cristina Fernández de Kirchner l'Argentina, liberatasi dalle ingerenze del Fondo monetario internazionale, ha avviato un lento ma continuo processo di crescita (tra il 7e il 10% l’anno a partire dal 2003) e redistribuzione delle ricchezze, azzerando il debito verso il Fmi nel 2005 e abbracciando una politica di nazionalizzazione dei settori di pubblica utilità.

Qualcosa è davvero cambiato: il colpo di stato fallito contro Chávez

Che i tempi non siano più quelli di Pinochet, neppure per la collaudata agenzia di spionaggio statunitense, la Cia, lo testimonia il clamoroso fallimento del tentativo di rimpiazzare el diablo Chávez (come lo definisce la propaganda a stelle e strisce) con un presidente fantoccio alla guida del Venezuela.

L'11 aprile 2002, a seguito di una feroce campagna mediatica contro la presidenza Chavez, l'opposizione (che nei mesi antecedenti aveva ricevuto cospicui finanziamenti dagli Stati Uniti) organizzò uno sciopero a Caracas al quale parteciparono circa centomila persone. Il corteo venne indirizzato verso Miraflores da un’arringa di Carlos Ortega, presidente della Confederazione venezuelana dei lavoratori (Cvt) e legato ai magnati del petrolio che si opponevano alla nazionalizzazione del settore. Dalla notte precedente erano radunati nei pressi del palazzo presidenziale i sostenitori di Chávez. Il piano, fin troppo evidente, era creare tensione tra i due gruppi, con feroci scontri  che avrebbero giustificato la presa del potere dai parte dei cospiratori. In realtà le avverse fazioni non entrarono in contatto, ma decine di persone persero la vita per gli spari dei cecchini golpisti. Immagini montate ad arte incolparono della strage i sostenitori del presidente e rapidamente fecero il giro del mondo.

In un clima di indignazione generale, il tradimento tra le forze armate di alcuni uomini reputati da Chavez fedelissimi al governo aprì ai golpisti le porte di Miraflores. Chávez fu destituito e trasferito in una località segreta. In men che non si dica si formò un nuovo governo, guidato da Pedro Carmona Estanga, che abrogò la Costituzione Bolívariana. Stati uniti e Spagna furono i primi a riconoscere il nuovo esecutivo. Ciò che i cospiratori non avevano preso in considerazione fu la reazione di un popolo che, dall'oggi al domani, vedeva cancellato ogni suo diritto. In migliaia scesero in strada, invocando il nome di Chávez e chiedendone con rabbia la liberazione. Dopo due giorni di scontri e saccheggi, che causarono più di 200 morti, il 14 Aprile 2002, il presidente ritornò a Miraflores, riacquistando a tutti gli effetti il potere.